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Donna e arte contemporanea: nuovi linguaggi di denuncia e di confessione.

Rest Energy di Maria Abramovich
22 Marzo 2021

Nella storia dell’arte le donne hanno sempre avuto un ruolo marginale, superate in fama dai colleghi uomini che –  a differenza loro – potevano avere accesso a botteghe, accademie e, soprattutto, ai salotti dei più illustri mecenati.

Pochi sono i nomi celebri: Artemisia Gentileschi, Sofonisba Anguissola, Fede Galizia per citarne alcuni.

È stato il XX secolo a dare voce anche al genere femminile… una su tutti? Frida Kahlo.

Ma oggi non voglio parlare di lei. Voglio essere ancora più irriverente, voglio addentrarmi nel mondo dell’arte contemporanea e raccontarvi come si sono approcciate all’arte le donne negli ultimi 50 anni e soprattutto come hanno affrontato temi forti come maternità, violenza e morte.

Siete pronti? Preparatevi! Sarà un viaggio che vi spiazzerà, sia emotivamente che visivamente.

Marina Abramovich

Partiamo con la più conosciuta artista vivente: classe 1946, Marina è tutt’oggi una delle performer più disturbanti di sempre.

L’amore e la morte sono la trama e l’ordito di quel grande arazzo che è la sua vita, che viene raccontata, messa alla prova e filtrata attraverso la sua arte.

Lavora per alcuni anni assieme a Ulay (suo compagno tanto amato quanto odiato) e la prima performance che narra di quanto sia sottile il filo che unisce due esseri umani e quanto facilmente possa essere spezzato a favore di uno o dell’altro è  Rest Energy del 1980: un arco è teso fra loro, la freccia tenuta da lui e puntata al cuore di lei. I due amanti sono tenuti in equilibrio dal peso dei loro stessi corpi, simbolo del difficile e delicato rapporto di coppia, che si regge su fiducia, intimità e precarietà.

Rest Energy di Maria Abramovich

Nel 1974 però, compie qualcosa di inaspettato:  nessun altro artista era mai arrivato a tanto.

All’interno dello Studio Morra a Napoli, Marina resta immobile per 6 ore alla mercè degli spettatori che possono “usare” sul suo corpo i 72 oggetti che lei ha lasciato su un tavolo.

I partecipanti iniziano a girarle intorno, la accarezzano, le danno qualche bacio, le fanno scorrere una rosa sulle guance; altri la tagliano con le lamette e succhiano il suo sangue, le strappano i vestiti, le mettono in mano una pistola carica. Ecco che quindi scoppia la reazione del pubblico. Nascono due fazioni: chi la vuole ferire e chi la protegge.

Al termine della performance, Marina si avvicina a coloro che l’hanno ferita per affrontarli: questi si dileguano velocemente incapaci di sostenerne lo sguardo.

Quello che ho imparato è che se ti affidi e ti abbandoni al pubblico, loro possono arrivare a ucciderti. Mi sono sentita davvero violata, qualcuno mi ha infilato le spine della rosa nello stomaco. Si è creata un’atmosfera aggressiva. Dopo sei ore (come pianificato), mi alzai e iniziai a camminare verso la gente. Tutti scapparono via per sfuggire il confronto vero e proprio. È stata la pièce più pesante che abbia mai fatto, perché ero totalmente fuori controllo.

DONNA E ARTE CONTEMPORANEA: NUOVI LINGUAGGI DI CONFESSIONE E DENUNCIA

 Barbara Krueger | We have received orders not to move

 Parallelamente alla carriera di designer, coltiva la sua passione per la cartellonistica pubblicitaria, figlia del suo tempo.

Spesso utilizza immagini di donne recuperate da pubblicità su riviste o giornali, a cui aggiunge brevi testi che ne sovvertono il senso. Come riconoscerla? Immagini in bianco e nero, sempre stesso font e il colore rosso.

Barbara Krueger | We have received orders not to move

Le sue opere ispirano e traggono a loro volta forza dal movimento femminista degli anni Ottanta, riflettendo sul valore del corpo della donna, sul maschilismo e sui tabù sessuali.

Non servono intermediari per leggere i suoi messaggi, che sono tanto chiari quanto forti.

Un esempio?

Al centro di un quadrato bianco, si staglia la silhouette di una donna seduta, piegata in avanti e con spilli e fili sulla schiena. “We have received orders not to move”: queste le parole che denunciano l’impossibilità delle donne di esprimersi ed esporsi.

VIAGGIO NELL’ARTE CONTEMPORANEA DELLE DONNE

 

Gina Pane – Il bianco non esiste

Una delle più celebri performer che ha fatto del suo corpo il più grande strumento artistico è Gina Pane.

Il dolore e la denuncia della solitudine delle donne nell’affrontarlo è il leitmotiv di molte sue performance.

Nel 1972 a Los Angeles si ferisce il viso con una lametta di fronte alla folla sbigottita; l’anno dopo a Parigi. vestita di bianco, si graffia lungo le braccia con le spine delle rose che tiene fra le mani, lasciando che il sangue macchi il candore dell’abito.

 

Le donne sono martiri, lasciate da sole ad agonizzare, ferite e mutilate dagli uomini e dalla società che – molto spesso – è solo un pubblico che osserva muto e volutamente impotente. Perchè nemmeno un uomo l’ha fermata dal farsi del male?

Gina Pane

DONNE E ARTE CONTEMPORANEA: LA FOTOGRAFIA

Francesca Woodman

Morta suicida a soli 22 anni, ci ha lasciato fotografie in bianco e nero dalla rara delicatezza e poesia.

Stringe tra le mani una macchina fotografica fin da piccola, con una sola certezza: avrebbe continuato su questa strada. Ma non viene apprezzata dalla critica, le sue relazioni amorose terminano violentemente, si sente usata e abbandonata. E Francesca non regge il tracollo. Ci lascia gettandosi da una finestra dell’East Side.

Realizza 10,000 negativi, anche se oggi risultano pubblicate ed esposte solo 120 fotografie, tutte di piccolo formato. Non servono dimensioni enormi per veicolare la sua esperienza, il suo dolore, i suoi dubbi, che lei riesce a raccontare con estrema delicatezza, in punta di piedi.

Sono autoscatti, è lei la protagonista delle sue opere, mai in posa, sempre in movimento, con lunghe esposizioni, quasi a trasformarla in un corpo evanescente.

Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate, scrisse prima di lasciarci.

Francesca Woodman

Vanessa Beercroft – White Madonna with Twins

L’arte serve per raccontarsi e il Libro del Cibo è servito proprio a questo: parlare del disturbo alimentare della  bulimia, malattia che la Beecroft ha vissuto personalmente per quasi 10 anni, attraverso un video in cui rappresenta le fasi di questo incubo, dove il cibo diventa la sua grande ossessione.

La fotografia è un mezzo espressivo che ama particolarmente, e lo sfrutta per affrontare il tema della maternità in modo totalmente inconsueto.

Durante il suo viaggio in Sudan nel 2005, ritrae famiglie, coppie, madri con i propri figli, costruendo un ponte con l’iconografia cristiana: lei stessa si presenta in uno scatto con in braccio due piccoli gemelli dalla pelle nera, che lei stessa aveva allattato, durante il suo soggiorno nell’orfanotrofio locale.

DONNA E ARTE CONTEMPORANEA: NUOVI LINGUAGGI DI CONFESSIONE E DENUNCIA

Tracey Emin – Everyone I Have Ever Slept With 1963 – 1995.

Una lista di 102 nomi di persone che Tracey amò nella sua vita per 32 anni.

Scritti uno dopo l’altro, con caratteri, dimensioni e colori diversi campeggiano sulle pareti interne di una semplice tenda da campeggio come fossero manifesti pubblicitari.

Tra i nomi c’è anche quello della nonna: dormivo spesso nel suo letto, le tenevo la mano, ascoltavamo insieme la radio e ci addormentavamo. Non lo fai con qualcuno che non ami e non ti interessa.

Quest’opera viene accostata dall’artista a My bed, un’installazione che riproduce il suo letto, che l’ha accolta per quattro giorni dopo la brutale fine di una relazione sentimentale. Tra le lenzuola sporche risiedono bottiglie di alcol vuoti, preservativi usati, un test di gravidanza negativo, mutande sporche, residui di  cibo.

È la consapevolezza di ciò che può causare un amore spezzato, da cui noi non possiamo fare altro che rialzarci, raccogliere gli scarti e ripartire.

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